Sistema di scrittura giapponese – wikipedia electricity generation by state

La scrittura giapponese è giunta dalla Cina. L’arrivo ufficiale delle « lettere cinesi » o kanji avrebbe avuto luogo nel 522 secondo il Nihonshoki dell’anno 720. Si trattò della spedizione di sūtra e di una statua di Buddha dal re Syöng-Myöngdel del reame coreano di Paekje all’ imperatore del Giappone Kimmei. Un’altra fonte, il Gankōji engi, cita la data 538.

Esistono parecchie forme di scritture primitive chiamate jindai moji, ma anche, kamiyo moji ( 神代文字 ?), letteralmente « scrittura dell’era degli dei », che fu scoperta recentemente e che incorpora qualche carattere vagamente pittografico, qualche carattere runico ed altri in apparenza molto vicini agli Hangul coreani. Essi sono ora considerati dei falsi creati negli anni trenta ed utilizzati per promuovere il nazionalismo giapponese.

L’adozione della scrittura cinese è stata conseguenza di una vicinanza geografica più che di una similitudine linguistica. Inizialmente, i sinogrammi non erano utilizzati per scrivere il giapponese; ma essere un letterato significava possedere l’abilità di leggere e scrivere il cinese classico. Esisteva una volta un sistema chiamato kanbun ( 漢文 ?), che utilizzava nello stesso momento i caratteri cinesi (kanji) e "qualcosa" di molto simile alla grammatica cinese, dei segni diacritici erano messi a fianco dei caratteri cinesi per contribuire a far comprendere l’equivalente giapponese. La prima cronaca storica del Giappone, il Kojiki ( 古事記 ?), compilata prima del 712, sarebbe stata scritta in kanbun. Oggi, le università giapponesi e qualche liceo insegnano sempre il kanbun nei loro corsi letterari.

Non c’è stato sistema di scrittura della lingua giapponese orale fino allo svolgimento dei man’yōgana ( 万葉仮名 ?), che utilizzavano dei caratteri cinesi per le loro proprietà fonetiche (derivate della loro lettura cinese) piuttosto che per il loro valore semantico. I man’yōgana sono inizialmente stati utilizzati per scrivere delle poesie, come per il Man’yōshū ( 万葉集 ?), che fu compilato prima del 759 e che darà il suo nome al sistema di scrittura derivato.

La lingua giapponese, durante i secoli, si è progressivamente adattata ai sinogrammi cinesi per creare una scrittura che oggigiorno è composta da quattro sistemi grafici: kanji (sinogrammi), hiragana e katakana (due scritture sillabiche) e rōmaji (l’alfabeto latino). Non è quindi usato in Giappone un sistema di scrittura specificamente giapponese che possa dirsi definitivo, o comunque utilizzato con precedenza rispetto ad altri.

Come nella lingua cinese, possiede numerosi omofoni. I kanji oltre a differenziare questi ultimi in modo più efficace rispetto agli alfabeti sillabici permettono di esprimere concetti complessi in modo sintetico. Queste caratteristiche, unite a considerazioni d’ordine storico e culturale, rendono improbabile, al giorno d’oggi, che i kanji siano dimensionati nel loro utilizzo a vantaggio di una scrittura puramente fonetica. Pur tenendo questo in mente bisogna comunque riconoscere al giapponese una evoluzione molto rapida, soprattutto nei confronti dei moderni mezzi di comunicazione.

Una dimostrazione della variabilità di scrittura è questo estratto della prima pagina del giornale Asahi Shinbun del 19 aprile 2004, che utilizza simultaneamente le quattro forme di scrittura ( kanji in rosso, hiragana in blu, katakana in verde, rōmaji e cifre arabe in nero):

La maggior parte dei kanji (caratteri Han) sono derivati dagli hànzì cinesi anche se molti sono stati in seguito semplificati, modificati ed addirittura creati ex novo ( kokuji). Quando furono adottati, i giapponesi adottarono ugualmente le loro pronunce che hanno dovuto essere adattate al sistema fonetico giapponese molto più povero in quanto a varietà di suoni, e per questo risulta un grande numero di omofoni. I kanji hanno talvolta un senso diverso tra il giapponese ed il cinese, poiché i prestiti, fatti nel corso del tempo, non sono stati uniformi, a volte per il senso, a volte per la pronuncia: si scriverebbero allora certe parole giapponesi con un ideogramma cinese, la cui pronuncia però sarebbe più simile a quella giapponese.

I kanji giapponesi hanno per conseguenza parecchie letture, comunemente chiamate on’yomi ( 音読み ? lett. "lettura on") corrispondente alla od alle letture d’origine cinese e kun’yomi ( 訓読み ? lett. "lettura kun) corrispondente alla lettura giapponese. Ad esempio ( 音 ? lett. "rumore") viene letto oto ( おと ?) in lettura kun e on ( オン ?) in lettura on.

Il sistema scolastico giapponese insegna 1945 kanji riconosciuti ufficialmente dal Ministero dell’istruzione del Giappone. Questo apprendimento è sviluppato in gran parte dalla scuola dei ragazzi giapponesi. Tuttavia, in pratica, pressappoco 1000 sono usati comunemente. L’unica eccezione è il kanji "unico", utilizzato solamente per i cognomi o in pochi luoghi.

I kana sono sillabari giapponesi in contrapposizione con la scrittura logografica dei kanji. Esistono tre tipi di kana: l’antico man’yōgana e i moderni hiragana e katakana. Gli hentaigana sono considerati una variante storica dello hiragana.

Il man’yōgana rappresentava l’utilizzo fonetico di alcuni kanji. Nel corso della loro evoluzione hanno mantenuto il solo valore fonetico, perdendo ogni significato legato al kanji d’origine, e si sono semplificati nella forma, dando vita ai moderni hiragana e katakana.

Lo hiragana è usato in molti casi per la formazione di nuove parole, in quanto è più complesso aumentare il numero di kanji. Alcune forme si sono cristallizzate in hiragana, come la parola する ( suru, "fare") è scritta con due sillabe, す ( su) + る ( ru), anche se esiste la forma arcaica in kanji 為る. Esclusivamente in hiragana vengono scritte alcune particelle del discorso, come congiunzioni o preposizioni, ma anche dei morfemi grammaticali legati a kanji che indicano nel sistema verbale tempo, modo o altre informazioni linguistiche: per esempio "mangio" 食べます ( ta-be-ma-su) e "mangiai" 食べた ( ta-be-ta).

Un altro utilizzo è quello di indicare la pronuncia dei kanji, perché la maggior parte di essi ha più pronunce e ciò porta spesso a confusione anche tra parlanti nativi. Il monte Fuji viene scritto in kanji 富士山 e pronunciato normalmente ふじさん ( Fujisan), utilizzando la lettura on’yomi さん ( san) del kanji 山. Questo carattere ha però una seconda lettura, in kun’yomi, come やま ( yama), considerata una variazione e quindi secondaria nel caso Fujisan- Fujiyama.

Il katakana è usato in genere per scrivere i forestierismi. Per esempio, terebi deriva dall’ inglese televi(sion), ed è scritto con tre sillabe in katakana: テ ( te) + レ ( re) + ビ ( bi). Essendo un sillabario dal numero chiuso, non è possibile trascrivere accuratamente tutti i suoni delle lingue straniere, e quindi vi sono spesso adattamenti fonetici: nell’esempio sopracitato, 〈-le- 〉 inglese diventa per vicinanza レ ( re) e 〈-vi- 〉 diventa ビ ( bi), perché in giapponese i suoni [l] e [v] non sono presenti e quindi non contemplati nei metodi di scrittura.

Lo hentaigana è una variante in voga fino al Novecento dello hiragana, ed era utilizzato in maniera intercambiabile con esso. Oggigiorno sono considerati obsoleti, tranne nei casi in cui il loro utilizzo abbia una lunga tradizione, come nei certificati di alcune arti marziali giapponesi.